Da quando faccio questo lavoro (UX/UI Designer, da più di dieci anni), ho visto trattata l’accessibilità sempre e solo come una voce tecnica, un di più, un qualcosa da sistemare alla fine dei progetti o, addirittura, un elemento che riguardava solo le Pubbliche Amministrazioni.
In realtà, a livello europeo (ma anche italiano, a dirla tutta), i siti web e le app del settore pubblico sono regolati da più di vent’anni anche per questo particolare aspetto (per chi vuole approfondire, parliamo di Web Accessibility Directive).
Il salto vero, però, si è visto con lo European Accessiblity Act, che da giugno 2025 ha reso l’accessibilità un requisito concreto anche per il mercato privato.
Perché ne dobbiamo parlare ora? Perché a marzo di quest’anno AgID (l’Agenzia per l’Italia Digitale) ha diffuso le nuove linee guida proprio relative all’accessibilità dei servizi, rendendo molto più chiaro (e preciso) il quadro operativo.
È chiaro allora che, a questo punto, l’accessibilità non può più essere considerata come un extra, una tema evitabile o rimandabile, una voce che, in fondo, possiamo saltare nella lista di cose da fare quando progettiamo un servizio digitale. Ora l’accessibilità deve essere considerata un criterio di base con cui possiamo giudicare la qualità dei nostri siti e app.
Quindi, oggi, la domanda da porsi è questa: come andare incontro a un bisogno necessario e a delle normative precise?
Ecco una possibile risposta: rendendo il proprio servizio facilmente percepibile, utilizzabile e comprensibile, nonché solido dal punto di vista della progettazione. Importante è anche fare in modo che tutte le informazioni sul funzionamento di tale servizio e sul suo utilizzo siano chiaramente accessibili, oltre che compatibili con le tecnologie assistive (screen reader, riconoscimento vocale,…).
Quando ignoriamo questi pilastri, introduciamo innanzitutto un problema di conformità del nostro prodotto digitale, ma diventiamo anche autori di un problema relativo a esperienza, autonomia e inclusione di cui sempre di più si sta iniziando a parlare.
Il punto, allora, non è solo “come evito un problema legale”, ma anche “che tipo di esperienza voglio davvero progettare”: e la nostra progettazione dovrebbe allora tendere a un sito (o un’app) con gerarchie visive più chiare, testi leggibili, navigazione coerente, form comprensibili e interazioni ben costruite. Perché un sito così realizzato funziona meglio per tutti. Funziona meglio per chi ha bisogno di usare uno screen reader, certo, ma anche per chi è stanco, distratto, non è esperto nel digitale o semplicemente vuole visitare un sito web senza attriti.
In questo senso, l’accessibilità smette di essere un tema di nicchia e diventa una misura molto concreta della qualità dell’esperienza utente.
L’accessibilità non può più essere aggiunta a valle, magari come correzione (opzionale!) di quanto già progettato. Il decreto e le Linee Guida trattano infatti l’accessibilità come un requisito essenziale che riguarda l’intera esecuzione, l’erogazione e il mantenimento del servizio nel tempo: coinvolge e tocca ogni elemento che realizziamo, dai contenuti, alle informazioni di supporto e, come detto prima, alla compatibilità con strumenti e tecnologie assistive.
In pratica, non basta un sito “bello”, serve pensarlo “bene”.
Per moltissime aziende è un tema più vicino e urgente di quanto si pensi: l’European Accessibility Act riguarda infatti e-commerce, servizi bancari, comunicazioni digitali, trasporti, accesso ai media (sia audio che video).
Non tutto il digitale privato ricade automaticamente nello stesso perimetro, ma per chi vende online, gestisce prenotazioni, pagamenti, aree riservate o customer journey digitali l’accessibilità è ormai un tema di business.
C’è poi un altro aspetto importante.
Oggi non si può più dire che manchino riferimenti pratici. Gli standard tecnici esistono e sono parte del quadro di riferimento operativo richiamato da AgID (EN 301 549 e le famosissime WCAG). In questo ambito è utile una precisazione: il quadro normativo non è identico per tutti e prevede eccezioni specifiche; ma proprio per questo la scelta più intelligente non è aspettare di capire, magari alla fine, “se sono dentro o fuori” in modo teorico, ma iniziare da una verifica concreta del proprio ecosistema digitale.
Se ne ricava allora che, all’interno del processo stesso di progettazione, sono senz’altro da affrontare passaggi come un audit iniziale, un UX/UI design, il copywriting e il micro-copy, la gestione dell’accessibilità nello sviluppo front-end, le QA, e infine la documentazione e la componentistica.
Che cosa significa tutto questo? Che l’accessibilità efficace non nasce da un widget installato all’ultimo minuto. Nasce da un metodo.
In sintesi, l’accessibilità oggi è un ottimo test di maturità per brand e aziende. Dice quanto un servizio sia davvero pensato per le persone, quanto sia solido nel tempo e quanto il progetto sia stato costruito con responsabilità. La normativa è il punto di inizio, ma una verità da sempre valida e ovvia (anche senza bisogno di una legge che lo dichiarasse) è questa: che un digitale che esclude è un digitale progettato male.
E oggi è molto più difficile da difendere.







