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Le 4 caratteristiche fondamentali di una ottima User Experience

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Dopo il primo articolo di venerdì scorso, oggi torniamo a parlare di User Experience per iniziare ad approfondire cosa dobbiamo considerare quando progettiamo una UX.
Come abbiamo visto, facendo un po’ di brainstorming possiamo definire una corretta UX con una infinità di aggettivi: utile, divertente, piacevole, interessante, accessibile, attraente, sexy, facile da imparare, facile da usare. Ma possiamo condensare questi termini in alcune caratteristiche base che ci aiutino a valutare la nostra progettazione e ci guidino nel processo di iterazione?

Frank Guo, nel suo libro UXmatters del 2012, propone quattro caratteristiche basilari con cui definire una buona User Experience: Value, Usability, Desiderability e Adoptability.

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Vediamole insieme con alcuni esempi.

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Cos’è la User Experience? Una breve introduzione per capire l’importanza della UX

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La user experience (UX) è l’esperienza che hanno le persone quando interagiscono con un prodotto o un servizio.
Questa interazione non comprende esclusivamente l’utilizzo, ma si articola diversi momenti:

  • la scelta di quel prodotto in mezzo a molti altri.
  • l’acquisto di quel prodotto
  • l’utilizzo del prodotto, ovviamente
  • imparare ad utilizzare quel prodotto
  • aggiustare il prodotto: pensiamo a un mobile da montare, un computer da assemblare. Dove troverò queste informazioni? Sono semplici da seguire? ecc
  • Fare un upgrade del prodotto: come aggiungere ram a un pc, aggiornare un sito.. pensiamo all’utilizzo a lungo termine del prodotto e alla sua capacità di migliorarsi.

In ognuno di questi momenti possiamo avere una buona o una cattiva esperienza che influisce o pregiudica gli altri momenti.
Vediamo quindi perchè è importante progettare una buona UX

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SCELTE DI CONSUMO E NUOVE ABITUDINI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

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Con il coronavirus é cambiato tutto: dalle preferenze di marca alle abitudini d’acquisto degli italiani.
Lo shock della pandemia ha ridisegnato la mappa dello shopping: dopo 2 mesi il distanziamento è diventata la regola e il nostro modo di fare la spesa non sarà forse mai più lo stesso.
Secondo diverse ricerche occorrono 66 giorni in media per fare sì che un trend occasionale si trasformi in vera e propria abitudine, a seguito della ripetizione continua di un dato comportamento che trasforma quest’ultimo in azione automatica.
Le future scelte economiche dei consumatori possono essere però oggi facilmente analizzate e di conseguenza cavalcate dalle aziende più accorte grazie alla miriade di macro dati di cui il web abbonda.
Basta dare un occhio ai principali trend che emergono da Google, Amazon, Instagram, YouTube: in un mondo che cerca informazioni in modo ossessivo infatti, queste piattaforme sono diventate un’immensa fonte previsionale di ciò che vuole il consumatore.

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Branded podcast: quando è l’azienda a intrattenere

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Oggi, forse anche a causa di questi tempi difficili, vediamo i Podcast diffondersi più che mai nelle strategie di comunicazione dei brand, andando oltre alle semplice informazione o all’intrattenimento.
Perché? Perché con una distanza sociale imposta c’è bisogno di sentirsi più vicini sfruttando i mezzi che abbiamo a disposizione. C’è bisogno di “sentire” in un modo differente. Qui si inserisce il podcast e il suo sound-storytelling.
I brand devono in questo contesto far sentire la propria voce ai consumatori, creare un legame di affezione.

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I ChatBot: intelligenze artificiali a servizio degli utenti

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Più di 2,5 miliardi di persone utilizzano almeno un’app di messaggistica istantanea per comunicare e trascorrono almeno 2 ore al giorno sul proprio smartphone. Questa tipologia di interazione è diventata dominante. Ed ecco che in questo panorama subentrano i ChatBot, ovvero software basati sull’intelligenza artificiale, in grado di simulare una interazione umana attraverso una chat.
Un’innovazione straordinaria perché utilizzando algoritmi per fornire risposte appropriate alle richieste degli utenti, permettono alle aziende di fornire un servizio a migliaia, o milioni, di utenti simultaneamente e di raccogliere contemporaneamente dati sugli stessi.

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Coronavirus: come sono cambiate le abitudini dei consumatori e dove conviene investire in comunicazione

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Mettiamolo subito in chiaro: il periodo è nerissimo e ci troviamo tutti di fronte a una sfida globale senza precedenti, mai affrontata dalle generazioni attuali.

Con questo articolo non vogliamo pertanto negare l’evidenza, e ci mancherebbe solo, ma provare in tutto questo pessimismo a trovare qualche spunto di riflessione per chi abbia la voglia quantomeno di provare a ragionare su come gestire questa situazione, per il proprio brand e per la propria azienda.

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Ventisette Digital non si ferma. Siamo operativi al 100%

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Anche noi fortunatamente ci associamo ai tanti che in queste ore stanno confermando la propria operatività al 100% nonostante il momento difficile.
Per noi, che ci occupiamo di servizi digitali, è ovviamente un po’ più facile, ma siamo vicini ai Clienti e ai colleghi che non hanno questa fortuna e che in queste ore sono di fronte a scelte difficili come chiudere temporaneamente o accedere alla cassa o alle ferie forzate.
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La Cloud Kitchen e il futuro del settore del Food Delivery

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In un mondo dove tutto può essere comprato e ricevuto a casa, dove realtà come Amazon stoccano prodotti multimarca per una distribuzione centralizzata, come si sta evolvendo il mondo del food?

Lo abbiamo chiesto alla nostra amica Anita Malpighi, architetto per una delle più grandi realtà della ristorazione italiana.

Si stima che il mercato del delivery food valga, ad oggi, 35 miliardi di dollari sul mercato globale e che avrà un incremento del 20% annuo sino a arrivare, nel 2030, all’incredibile valore di 365 miliardi di dollari, decuplicando il proprio giro di affari.

Come fare quindi fronte a questo incremento esponenziale della domanda, dettato principalmente dalla richiesta dei millenials di avere i pasti direttamente a casa?
Sembra che la risposta possa risiedere in un nuovo concetto di cucina centralizzata: la Cloud Kitchen (o Dark Kitchen).

Alla base di questo nuovo modello di ristorazione ci sono, come suggerisce in parte il nome, cucine che non si vedono, né sono a diretto contatto con il consumatore.

Luoghi di preparazione centralizzati, dotati di tutte le attrezzature idonee a fare da mangiare e che possono essere “affittate” da diversi ristoratori contemporaneamente per la realizzazione di piatti delivery.

Sarà quindi possibile utilizzare le varie app per ordinare in contemporanea pizza, sushi, thai o messicano, ma anche piatti gourmet e della tradizione, attraverso un’unica comanda che garantirà la consegna simultanea di ciò che è stato scelto.

Questo nuovo modo di fare ristorazione consentirà l’abbattimento dei costi da parte dei gestori, che avranno la possibilità di utilizzare spazi non di proprietà sgravandosi così dal peso di una struttura indipendente, permettendo allo stesso tempo ai consumatori di avere una vasta scelta di prodotti tra i quali ordinare, ricevendoli a casa o al lavoro in un’unica consegna.

E i vantaggi di questo nuovo modello a mio avviso non si esauriranno qui!
Un luogo di preparazione centralizzato prevede ad esempio anche un magazzino unico dove le consegne possono essere effettuate da un unico vettore: ciò significa meno circolazione di veicoli all’interno delle città, con una conseguente diminuzione dell’inquinamento e un impatto meno rilevante di questa tipologia di settore sull’ambiente.

Se questo sistema adottasse poi anche sistemi di recupero energetico integrati, potremmo pensare di avere strutture autosufficienti dal punto di vista energetico, cosa che invece attualmente risulta molto difficile da prevedere in ristoranti che possiedono punti vendita in edifici non di loro proprietà.

Da non sottovalutare, infine, anche il lato “umano” nella gestione delle risorse, i famosi rider, che oggi finiscono spesso sotto la lente di ingrandimento dell’opinione pubblica per le complicate condizioni lavorative e contrattuali con cui si trovano a dover convivere.
Un luogo unico cui fare riferimento consentirebbe loro di poter attendere la consegna in uno spazio attrezzato per ogni esigenza, dal riscaldamento/climatizzazione ai servizi igienici, migliorando indiscutibilmente la propria condizione lavorativa almeno sotto alcuni punti di vista.

Sono però anche diversi gli interrogativi che mi pongo riguardo questo nuovo modello, interrogativi cui non so dare una risposta e per i quali lascio la parola al mondo del marketing per iniziare una riflessione.

Per quanto tempo queste cloud kitchen saranno destinate ad ospitare realtà lavorative diverse tra loro prima che un qualche “big” del delivery non decida di creare una catena con il suo marchio che possa soddisfare le molteplici richieste del mercato?
Ed in quel caso, cosa risulterà decisivo nel far pendere il consumatore per l’uno o l’altro brand?
Se i nomi e le insegne dei singoli ristoranti venissero meno, come faremo a distinguere le diverse offerte commerciali?
Nasceranno per caso un “deliveroo mexican”, un “deliveroo pizza” ecc?
Come potrà il marketing interagire con un interlocutore che utilizza solo le app e che ormai è saturo di stimoli mediatici continui?